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giu 12

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Troppo eurocentrismo

 

Francesco Pierli

In vista del prossimo Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione (7-28 ottobre 2012), la riflessione di un missionario che individua vistose lacune nel modo in cui, nei documenti preparatori, sono affrontati gli scenari culturali, sociali, massmediali, economici, scientifico-tecnologici e politici del mondo contemporaneo. E invece il Vaticano II…

Non intendo fare qui un’analisi né dei Lineamenta (pubblicati il 2 febbraio 2010), né dell’Instrumentum laboris (non ancora disponibile mentre scrivo) della 13a Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, previsto dal 7 al 28 ottobre 2012. Desidero solo offrire alcune riflessioni occasionate dall’evento stesso del sinodo e illuminate da un’esperienza di vari decenni nel campo dell’evangelizzazione in Africa.

 

Parto da una affermazione della Ecclesia in Africa, l’esortazione di Giovanni Paolo II dopo il 1° Sinodo africano del 1994: «La questione principale che la chiesa in Africa deve affrontare consiste nel descrivere con tutta la chiarezza possibile ciò che essa è e ciò che deve realizzare in pienezza, perché il suo messaggio sia pertinente e credibileQuesta esigenza, veramente essenziale e fondamentale, è un’autentica sfida per la chiesa in Africa» (24). La passione per la “pertinenza” e la “credibilità” del messaggio evangelico e per una sua efficace testimonianza nel sociale è per me uno stimolo a guardare avanti, convinto che i valori evangelici debbano essere incarnati in atteggiamenti e comportamenti umani. Il Vangelo non diminuisce l’umanità, ma la nobilita e l’arricchisce. Atteggiamenti di ascolto, dialogo e comunicazione sono cruciali, sia come supporto che come parte integrante di un linguaggio accessibile, concreto, esperienziale, inclusivo, aperto, non referenziale.

 

I primi artefici della mia “evangelizzazione” non furono i dogmi di una dottrina, ma gli incontri che ebbi con i genitori, i familiari, i membri della comunità parrocchiale. Del mio vecchio parroco ricordo con affetto non tanto le sue catechesi, quanto il suo stile semplice e gioioso di rapportarsi con la gente, e la sua profonda fede, manifestata sia nelle celebrazioni liturgiche, sia nella sua vicinanza ai poveri, agli ammalati e agli anziani. Quella primordiale trasmissione della fede ebbe una chiara “dimensione donna”. Mia madre fu la mia prima evangelizzatrice. Poi vennero le catechiste, certamente preoccupate che imparassi il catechismo, ma soprattutto impegnate a farmi sentire quanto bello e importante era ciò che mi trasmettevano in vista di una vita gioiosa e di comunione con gli altri.

 

Nella vita adulta ebbi tanti altri evangelizzatori, non solo cattolici, ma anche protestanti, musulmani, perfino atei: tutti costruttori del Regno di Dio nel mondo. Qualche nome: Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Edith Stein, Raimon Panikkar, Martin Luther King, Chiara Lubich, Dietrich Bonhoeffer, Dorothy Day, Thomas Merton, Etty Hillesum, Mahmoud Taha, Mahatma Gandhi… Persone non paurose e titubanti, ma aperte e accoglienti, interpreti di una convinta obbedienza alle rispettive chiese e religioni che non bloccava la loro intelligenza e il loro senso critico.

 

In seguito, la vita mi ha fatto incontrare con eventi gioiosi, come una nascita o un matrimonio, e difficili, come una malattia, una morte, la disoccupazione, un divorzio, un aborto, un incidente stradale… Li ho accolti tutti e su tutti ho riflettuto, interpretandoli alla luce della Bibbia e della tradizione cristiana.

 

Grande rilevanza hanno avuto anche le sfide mosse alla fede e alla prassi tradizionale: ordinazione delle donne, cambio di ruoli legati al genere, opposizione al clericalismo e machismo di tanta chiesa, rivoluzioni sessuali… È stata – ed è – una storia meditata, pregata, sofferta, condivisa. Mi sono lasciato guidare da un principio magistralmente espresso dal card. Carlo Maria Martini: «Dal punto di vista della metodologia dell’incontro, la differenza da marcare non è tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di vivere la sofferenza, di continuare a cercare per credere, sperare e amare, e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio e di nostalgia al pensiero dell’ultimo orizzonte e dell’ultima patria. La sfida pastorale che ne deriva è, allora, quella di ascoltare le domande vere del pensiero davanti al mistero dell’esistenza, ponendosi insieme, credenti e non credenti pensosi, a capire ciascuno le ragioni dell’altro. Per chi crede ciò potrà significare una purificazione delle motivazioni dell’atto di fede e, al tempo stesso, una nuova possibilità di proporle a chi non crede con la fedeltà del testimone e il rispetto del compagno di strada, che si riconosce nell’altro e scopre l’altro in sé».

 

E c’è stato l’incontro con l’Africa – soprattutto con le sue figlie e i suoi figli – vissuto alla luce del sogno che ebbe san Daniele Comboni nel Piano per la rigenerazione dell’Africa attraverso l’Africa stessa. Incontro oggi possibile anche in Italia e in Europa, attraverso le provvidenziali grandi migrazioni che portano la religiosità dei popoli giovani e impoveriti a contatto con popoli più benestanti ma stanchi e consunti, che non celebrano più la religione se non in modo passivo e guardando l’orologio.

 

1962: i segni dei tempi

Non è una mera coincidenza che il prossimo sinodo coincida con i 50 anni dall’apertura del Vaticano II (ottobre 1962), un evento in cui le novità si percepivano con l’aria che si respirava. Negli interventi dei padri conciliari, di Giovanni XXIII che aveva voluto quell’assise, e di Paolo VI che l’accompagnò, la parola “aggiornamento” fu udita di frequente. Non si cercò l’immobilità, ma l’”aggiornamento”, per essere al fianco delle “genti” – tutti figli e figlie di Dio – e profondamente inseriti nel tessuto della storia. Storia ricca di novità. Ne elenco alcune.

 

Il 4 ottobre 1957, era iniziata l’era spaziale con il lancio dello Sputnik: gli orizzonti dell’umanità diventavano “cosmici”. L’anno dopo, fu eletto papa Giovanni XXIII, un uomo capace di scorgere e leggere quelli che lui considerava “segni dei tempi”: la socializzazione, l’emancipazione della donna, la fine del mondo coloniale e l’indipendenza di nuovi stati e nazioni, l’emergere della classe operaia come protagonista della vita pubblica, politica ed economica, la crescita demografica, l’esplosione della tecnologia, lo sviluppo delle comunicazioni, il declino della cultura rurale e la crescita vertiginosa di quella urbana, meno religiosa e molto secolarizzata. Storico di formazione, Papa Roncalli era abituato ai cambiamenti della storia e sognava “nuove albe” e “nuove stagioni” anche per la chiesa. L’ambiente vaticano allora era conservatore e sospettoso del cambio, che giudicava come decadenza, non certo come evoluzione verso la pienezza del Regno di Dio.

 

Un passaggio del suo discorso di apertura del Concilio (11 ottobre 1962): «Spesso avviene, come abbiamo sperimentato nell’adempiere il quotidiano ministero apostolico, che, non senza offesa per le nostre orecchie, ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della chiesa. A noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della chiesa».

 

Paolo VI non si discostò da questa visione. Al par. 52 dell’enciclica programmatica del suo pontificato, Ecclesiam suam (agosto 1964), scrisse: «Non è nostra intenzione credere che la perfezione sia l’immobilità delle forme, di cui la chiesa s’è, lungo i secoli, rivestita; e neppure ch’essa consista nel rendersi refrattari agli avvicinamenti ed accostamenti alle forme oggi comuni e accettabili del costume e dell’indole del nostro tempo. La parola aggiornamento, resa ormai famosa dal nostro venerato predecessore Giovanni XXIII, sarà da noi sempre tenuta presente come indirizzo programmatico; lo abbiamo confermato quale criterio direttivo del Concilio Ecumenico, e lo verremo ricordando quasi uno stimolo alla sempre rinascente vitalità della chiesa, alla sua sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi, e alla sua sempre giovane agilità di tutto provare e di far proprio ciò ch’è buono (cf 1Ts 5,21) sempre e dappertutto».

 

Dio dentro la storia

I “segni dei tempi” scorti da Giovanni XXIII e Paolo VI permangono di grande attualità: lontani dall’avere esaurito la loro carica innovatrice e trasformatrice, sono tuttora indicatori della volontà di Dio dentro la storia. Altri, però, se ne sono aggiunti ed è compito del magistero individuarli, interpretarli e trovare risposte adeguate a livello di prassi pastorale. Una chiesa che non s’impegnasse a seguire la storia, identificando i segni della presenza di Dio e del suo Spirito e convertendosi ad essi, tradirebbe la sua funzione di sacramento di salvezza.

 

Negli ultimi 150 anni il più chiaro interprete dei segni dei tempi è stato l’insegnamento sociale della chiesa: una lunga serie di encicliche, ricche di profetiche analisi dell’evoluzione sociale del mondo, elaborate anche con gli strumenti messi a disposizione dalle scienze sociali. Chiarissimo al riguardo Giovanni Paolo II: «La chiesa ha la sua parola da dire di fronte a determinate situazioni umane, individuali e comunitarie, nazionali e internazionali, per le quali formula una vera dottrina, un corpus, che le permette di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti per la giusta soluzione dei problemi che ne derivano (…). Insegnare e diffondere la dottrina sociale appartiene alla sua missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio cristiano, perché tale dottrina ne propone le dirette conseguenze nella vita della società e inquadra il lavoro quotidiano e le lotte per la giustizia nella testimonianza a Cristo Salvatore » (Centesimus annus, 5).

 

In Africa, le comunità cristiane sono molto sensibili al legame esistente fra nuova evangelizzazione e insegnamento sociale della chiesa. Anche perché ne hanno esperimentato la fecondità. Attraverso il cosiddetto “ministero sociale” – per cui si sono aperti istituti e facoltà – si sono rese la diffusione, la contestualizzazione e la traduzione nella prassi del messaggio sociale cristiano parti qualificanti dell’apostolato missionario. Grande, pertanto, è stato in molti il rammarico quando, nei Lineamenta del sinodo, si è notata una scarsa attenzione alla dottrina sociale: soltanto 4 riferimenti a una sola enciclica sociale, la Caritas in Veritate, di Benedetto XVI, e non certo su argomenti tipicamente “sociali”.

 

Al punto 6 dei Lineamenta si elencano “gli scenari della nuova evangelizzazione”: culturale, sociale, massmediale, economico, scientifico-tecnologico, politico. Si tratta di temi fondamentali, in qualche modo già affrontati dal Vaticano II. Perché non sono stati ampliati, andando oltre ciò che il Concilio aveva detto 50 anni fa? Che senso ha stilare un documento di studio con una litania di citazioni da documenti vaticani sulla catechesi, dando l’impressione che la nuova evangelizzazione consista per lo più nella loro applicazione, e non in una nuova risposta pastorale ai problemi odierni? (vedi box).

 

Viene in mente la famosa Dichiarazione dei teologi delle giovani chiese riuniti a Dar es Salaam (Tanzania) nel 1976: vi si affermava che la teologia del sud del mondo si sarebbe differenziata da quella delle chiese occidentali per una maggiore attenzione ai problemi della vita quotidiana della gente, da leggere e interpretare alla luce delle scienze umane e della fede; si denunciava la teologia occidentale come troppo astratta, veicolo di una dottrina irrilevante per la vita della gente ed espressa con un linguaggio obsoleto.

 

Il nesso essenziale tra evangelizzazione e trasformazione sociale va riaffermato, se si vuole porre la nuova evangelizzazione in continuità con il Gesù storico, il quale sintetizzò la sua missione nel cosiddetto “manifesto di Nazaret”: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19). Questa visione è più elaborata nei “mandati missionari” consegnati agli apostoli e alla comunità dei discepoli nei capitoli 9 e 10 di Luca (e paralleli sinottici), dove il Regno di Dio appare al centro del ministero di Gesù e degli apostoli. Sorprende, quindi, che il Regno sia appena accennato nei Lineamenta, che invece pongono al centro della nuova evangelizzazione la chiesa, gettando così una seria ombra sul significato di “nuova”. La missiologia che si scorge nel documento è decisamene preconciliare.

 

Troppo eurocentrismo

Per i missionari non c’e dubbio che il baricentro della nuova evangelizzazione sono i popoli del Sud. Ne era convinto anche Giovanni Paolo II: «Oggi siete voi, battezzati delle giovani comunità e delle giovani chiese, la speranza di questa nostra chiesa: essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani, e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo… Sarete fermento di spirito missionario per le chiese più antiche » (Redemptoris missio, 91). Pensare che il baricentro della chiesa sia ancora l’Europa, dove c’è il Vaticano, significa chiudere gli occhi sulla storia.

 

La “chiesa mondiale” – che, secondo il teologo tedesco Karl Rahner, ebbe la sua prima espressione nel Vaticano II – sta gradualmente sostituendo la “chiesa mediterranea”. Non ci potrà essere una nuova evangelizzazione fintantoché i papi saranno eurocentrici. Ed è innegabile che Giovanni Paolo II lo sia stato e che Benedetto XVI continui ad esserlo, anche se per ragioni diverse, nonostante i numerosissimi viaggi in giro per il mondo. Ciò significa che non ci sono le condizioni per una nuova evangelizzazione, nonostante la sincerità, gli sforzi e le preghiere di tanti. L’istituzione del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, voluta da Benedetto XVI (settembre 2010), la dice lunga: il consiglio è un dicastero della curia vaticana! Siamo ancora nel vecchio mondo, dove il Vaticano è pensato come il motore della vitalità della chiesa. Nessuna meraviglia, quindi, se i Lineamenta cercano di mettere vino nuovo in otri vecchi.

 

Senza un vero cambio di stile di governo, nella linea della collegialità e della sussidiarietà (questa seconda è un pilastro della dottrina sociale della chiesa), è difficile anche solo pensare una nuova evangelizzazione, che esige non soltanto radicali cambi negli stili di vita, ma anche profonde trasformazioni nel modo di governare e di insegnare. Dopo la pubblicazione di Africae munus, l’esortazione papale dopo il 2° Sinodo africano, un commentatore ha scritto: «Per Roma, caput mundi, la periferia non sembra contare molto… Roma ignora l’Africa». Oltre 500 chiese locali africane, con numerose università e centri pastorali cattolici, non sembrano avere peso nell’economia generale del documento.

 

Fu Paolo VI il grande promotore delle chiese locali in tutti i continenti: promosse la decentralizzazione della chiesa con strutture di governo continentale e, soprattutto, sottolineò la centralità delle chiese particolari nel processo di discernimento: «Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto, non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili dell’evangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della chiesa, quale è stato elaborato nel corso della storia» (Octogesima adveniens, 4).


Con Giovanni Paolo II questo processo fu interrotto e la centralizzazione vaticana fu di nuovo accentuata. Oggi, con Benedetto XVI, si scorgono alcuni segnali di nuovi spazi concessi alle chiese locali, ma sono ancora deboli. Senza un forte sviluppo della teologia, della ristrutturazione giuridica e della prassi pastorale delle chiese locali (almeno a livello continentale), la nuova evangelizzazione manca di basi essenziali per delinearsi e affermarsi.

 

Il 50° anniversario dell’apertura del Vaticano II offre un’opportunità unica per rivisitare il Concilio come evento e per ri-focalizzare l’attenzione sulle sue quattro costituzioni: Dei Verbum, Lumen Gentium, Sacrosanctum Concilium e Gaudium et Spes. Mettere al primo posto altri documenti (decreti o dichiarazioni) potrebbe suscitare dubbi sulla reale accettazione del Vaticano II. Che il Vaticano II sia stato volontà di Dio lo credeva fermamene Giovanni Paolo II: «Il Concilio Vaticano II costituisce un evento provvidenziale… Si tratta, infatti, di un Concilio simile ai precedenti, eppure tanto diverso; un Concilio concentrato sul mistero di Cristo e della sua chiesa e insieme aperto al mondo. Questa apertura è stata la risposta evangelica all’evoluzione recente del mondo con le sconvolgenti esperienze del 20° secolo» (Tertio millennio adveniente, 18).

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