Di Federica Ferrero — Il 31 ottobre scorso il ministero dell’Interno ha annunciato lo stanziamento di 12 milioni di euro per il finanziamento di progetti legati al Rimpatrio Volontario Assistito e Reintegrazione (RVA&R) di almeno 2.700 cittadini di paesi terzi che si trovano, regolarmente o irregolarmente, su territorio nazionale.
I progetti dovranno strutturarsi in una prima fase di orientamento, informazione e consulenza pre-partenza (compresa la definizione del piano di reintegrazione), in una seconda fase di organizzazione logistica pre-partenza e infine nella presa in carico nel paese di origine e nell’attuazione del piano di reintegrazione.
I finanziamenti provengono dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI), istituito dall’Unione Europea nell’aprile 2014. Il FAMI è uno strumento finanziario che ha l’obiettivo di promuovere una gestione integrata dei flussi migratori, sostenendo tutti gli aspetti del fenomeno: asilo, integrazione e rimpatrio. Tra gli altri obiettivi, il Fondo fornisce supporto agli stati per promuovere strategie di rimpatrio che contribuiscano a contrastare l’immigrazione illegale e che garantiscano il carattere durevole del rimpatrio e la riammissione effettiva nei paesi di origine e di transito.
I numeri
I rimpatri volontari assistiti sono al centro della politica migratoria italiana (ed europea) già da anni, considerati più umani e rispettosi della storia di vita e dei diritti del migrante, rispetto ai rimpatri forzati, individuali o collettivi, di cittadini stranieri irregolari, gestiti tramite gli accordi bilaterali tra l’Italia e i singoli paesi di transito o di origine. Tra il 2008 e il 2013, i progetti RVA&R hanno garantito il rimpatrio volontario assistito per 3.200 persone, contro le 24 mila rimpatriate forzatamente nello stesso periodo.
Dopo la ricezione a livello nazionale del regolamento istitutivo del FAMI, nel 2014, sono stati attivati ulteriori progetti di RVA&R gestiti da differenti enti locali, organizzazioni non governative e organismi internazionali (tra cui l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – OIM). Secondo i dati di quest’ultima, 699 persone hanno usufruito del rimpatrio assistito dall’Italia nel corso del 2018, contro i 653 del 2017 (i rimpatri forzati dall’agosto 2017 al luglio 2018 sono stati 6.833). I paesi di attuazione di questi progetti, e quindi i paesi di origine delle persone che decidono di parteciparvi, per quanto riguarda l’Africa, sono principalmente Marocco, Tunisia, Algeria, Ghana, Nigeria e Senegal.
La retorica umanitaria utilizzata dall’OIM – così come dalle differenti istituzioni e organizzazioni implicate nella gestione e nel controllo della rete dei RVA&R – per descrivere i progetti di rimpatrio volontario assistito, si scontra però con quanto è scritto nel documento di istituzione del FAMI e nel documento di ricezione dello stesso in Italia.
Il FAMI infatti, parla di un’interconnessione tra i rimpatri volontari e quelli forzati che “si rafforzano reciprocamente”. Il documento di ricezione italiano, quindi, afferma che “in complementarietà alle misure di rimpatrio volontario assistito, si intende finanziare operazioni di rimpatrio forzato e istituire un sistema di monitoraggio degli stessi, al fine di contrastare le migrazioni illegali”.
I rimpatri volontari assistiti e i rimpatri forzati sembrano, dunque, costituire due facce della stessa medaglia.
Importanti sfumature
I rimpatri forzati vengono giustamente definiti deportazioni, in quanto coercitivi e insensibili alla storia di vita e ai diritti dell’individuo. Il procedimento per il rimpatrio volontario assistito deve essere, invece, effettivamente innescato dalla volontà individuale del migrante di richiedere l’assistenza per il rimpatrio che, insieme al successivo reinserimento, dovrebbe essere gestito nel rispetto e nella garanzia dei diritti e delle motivazioni alla base dei progetti migratori.
Tuttavia, i racconti di molti di coloro che si sono avvalsi del RVA, le cui storie sono definite “ritorni di successo” dalle organizzazioni competenti, dimostrano come siano state cause strutturali e condizioni materiali a definire la decisione di avvalersi della possibilità di rimpatrio volontario assistito e non una volontà libera da costrizioni e impedimenti. Le difficoltà economiche, la discriminazione e l’emarginazione, le aspirazioni frustrate, sono solo alcune delle motivazioni che spingono uomini e donne ad avvalersi di questi programmi.
In assenza di un piano di sostegno dei progetti migratori e di accesso legale alla ‘fortezza Europa’, il sistema dei rimpatri volontari assistiti appare dunque come uno strumento in più, a sostegno della strategia di controllo e contenimento delle migrazioni messa in atto dall’Italia (e dall’Europa), strategia che invece si fonda su pratiche condizionali, se non propriamente coercitive.
E’ chiaro, infatti, che chi vive da mesi o anni in Italia in condizioni di sfruttamento lavorativo, internamento nelle strutture di cosiddetta accoglienza e in un limbo giuridico del proprio status personale, finisca per rassegnarsi a vedere nei programmi di rimpatrio una delle poche, se non l’unica, via di uscita. (Nigrizia.it)

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