di Bruna Sironi — Il primo agosto le autorità sanitarie della Repubblica democratica del Congo hanno lanciato l’allarme per sospetti casi di ebola nel nord Kivu, al confine con l’Uganda, zona già devastata da decennali conflitti. Il focolaio sarebbe scoppiato a Mangina, un villaggio non lontano dal capoluogo, Beni. Sembra che nel villaggio sia morta di ebola una donna di 65 anni e che durante i suoi funerali, svoltisi senza precauzioni, siano stati contagiati alcuni membri della sua famiglia.

Secondo un rapporto ufficiale, dal 1 agosto nella zona si sarebbero già registrati 43 casi di febbre emorragica, 13 dei quali finora confermati come provocati dal virus ebola. I morti sarebbero almeno 23. La situazione è particolarmente preoccupante per l’instabilità della regione, dove operano numerosi gruppi armati e dove si trovano circa un milione di profughi. Potrebbe perciò essere difficile prendere e applicare le misure necessarie per controllare l’epidemia, che potrebbe addirittura estendersi oltre confine.

Il Rwanda, altro paese confinante, ha già alzato il livello di controllo, dichiarando la situazione di massima allerta. Il ministro della Sanità ha annunciato ufficialmente alla popolazione di essere già ben preparato ad evitare che un’eventuale epidemia si estenda al paese.

Quella annunciata nei giorni scorsi, e confermata dall’Organizzazione mondiale della sanità, è la decima emergenza per il virus ebola proclamata nel paese in 40 anni. La prima epidemia è stata registrata nel 1976, precisamente il 26 agosto, nella cittadina di Yambuku, nel nord del paese, che allora si chiamava Zaire. Allora i morti furono 280.

La nona è iniziata il 4 aprile scorso, nella regione nord occidentale di Equateur, a 2500 chilometri di distanza dalle aree interessate in questi giorni. Dalla scoperta dei primi malati, il 16 maggio, si erano registrate 33 vittime su 45 persone certamente infettate dal virus. A limitare la diffusione ha contribuito in questo caso anche l’utilizzo tempestivo di un nuovo vaccino. Il ministro della Sanità congolese aveva ufficialmente dichiarato finita quell’epidemia il 24 luglio, pochissimi giorni prima che quella in corso si manifestasse.
Casi di infezione, e morti, si erano registrati anche l’anno scorso. E ancora nel 2014. Allora i morti erano stati 49. Durante l’epidemia del 1995, a Kikwit, morirono alcune suore italiane.

Dal momento del suo riconoscimento, il virus ebola, che provoca febbri emorragiche gravi, ha scatenato una trentina di epidemie in tutta la fascia equatoriale africana. La più grave è stata quella che ha colpito Liberia, Sierra Leone e Guinea, in cui ci sono stati oltre 10.000 morti. La gravità del bilancio è dovuta al fatto che in quell’occasione il virus ha colpito in zone urbane, densamente abitate. Il pericolo dell’epidemia ora in corso è dovuto proprio al fatto che è colpita una zona dove la popolazione è numerosa, in cui si trovano anche campi profughi affollati e dalla situazione igienica precaria.

Gli esperti ritengono che il virus ebola sia costantemente presente nella fascia equatoriale dell’Africa, in particolare nelle zone densamente ricoperte di foreste. Il portatore sarebbe un tipo di pipistrello che infetta altri animali selvatici con il suo guano. Il contagio avviene quando l’uomo si ciba della carne di un animale infetto. Da uomo a uomo, il contagio avviene attraverso i fluidi corporei.

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