di Luca Manes – Si è parlato tanto di Africa all’assemblea degli azionisti dell’Eni, la più grande multinazionale italiana, ancora partecipata al 30% dallo Stato. Ma più che dei risultati economici e dei barili estratti nel continente nero, l’oggetto della discussione sono stati i dossier giudiziari aperti e che vedono il coinvolgimento del cane a sei zampe.

Come ha dovuto ricordare all’inizio dell’incontro la presidentessa dell’Eni Emma Marcegaglia, si è aperto un nuovo fronte per le indagini sull’acquisizione “sospetta” di un immenso giacimento nella Repubblica del Congo, denominato Marine XI, e sono in corso due processi, entrambi per corruzione. Il primo vede protagonista la partecipata Saipem in Algeria, il secondo la stessa Eni e i vertici presenti e passati della società, per la presunta mega-tangente da 1,1 miliardi di dollari pagata per l’acquisizione del blocco petrolifero offshore OPL 245 in Nigeria.

Soprattutto su questo ultimo caso, visto che il prossimo 14 maggio si celebrerà la seconda udienza, l’Eni ha potuto eludere le domande scomode poste dall’attivista nigeriano Lanre Suraju, presidente della ong Human and Environmental Development Agenda, uno dei sette “azionisti critici” presenti in sala. Ormai una consolidata tradizione, quella del critical shareholding (pratica ormai ultra-decennale nel Nord Europa), che forse – ma non vorremmo essere troppo maliziosi – la compagnia fondata da Enrico Mattei ha provato ad arginare con un intervento fiume dell’amministratore delegato Claudio Descalzi.

Due ore e un quarto di relazione, a fronte degli abituali 20-25 minuti, hanno tirato per le lunghissime l’incontro, con conseguenti “cali di interesse” sia nell’auditorium, dove erano convenuti gli azionisti, che in sala stampa. Così come appare non proprio casuale il contrapporre nella scaletta degli interventi le parole un po’ severe degli attivisti (compresi per la prima volta due lucani), con quelle al miele di esponenti di varie ong a cui l’Eni finanzia alcuni progetti in Africa o ancora di una studentessa nigeriana che, sempre grazie all’aiuto della società, ha potuto perfezionare i suoi studi in Italia e ora si occupa di ricerche sulle fonti energetiche rinnovabili, ovviamente sempre in collaborazione con il cane a sei zampe.

Ma nelle risposte agli interventi degli azionisti, arrivate quasi sul fare della sera, la dirigenza dell’Eni ha dovuto fare qualche ammissione di rilievo, essenzialmente sulla “vicenda Congo”, per cui risultano indagati dalla Procura della Repubblica di Milano, il Chief Development Operations & Technology Officer Roberto Casula, di fatto il numero due della società, entrato da poco in aspettativa, e un’altra dipendente che risponde al nome di Maria Paduano.

La Marcegaglia ha dovuto riconoscere che nel settembre del 2017, l’Eni ha in effetti assunto la signora Paduano, personaggio a dir poco controverso in quanto beneficiaria della società, la World Natural Resources, che si ipotizza sia servita per facilitare il giro delle mazzette congolesi. Oltre alla Paduano, una recente inchiesta de L’Espresso ha svelato che, dietro una fitta coltre di scatole societarie offshore, tra gli azionisti della World Natural Resources ci sono un altro ex dipendente di Eni, Andrea Pulcini, e un partner commerciale dell’azienda, l’imprenditore inglese Alexander Haly.

A proposito della compagnia in capo a Haly, la Petro-Services, la Marcegaglia ha in parte ritrattato quanto aveva dichiarato lo scorso anno in assemblea agli esponenti di Re:Common. La mancata ammissione su pagamenti per 105 milioni di euro da Eni a Petro Services era dovuta a un errore di trascrizione della risposta – “era saltata una riga, sono cose che succedono” – si è giustificata la presidentessa dell’Eni. Sta di fatto che in questa ingarbugliata vicenda sembrano esserci dei “punti di contatto” a dir poco sconvenienti con dei soggetti controversi. L’Eni nega ogni coinvolgimento, promette un audit interno e uno indipendente, intanto l’inchiesta va avanti. (nigrizia.it)

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