Giovedì 3 maggio 2018
Almeno sedici persone sono morte e decine sono rimaste ferite in un attacco sferrato contro la chiesa di Nostra Signora di Fátima a Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana. Gli assalitori, che secondo fonti locali apparterrebbero a un gruppo di miliziani jihadisti che hanno la loro base nel distretto Pk5, sono stati respinti dalle forze di sicurezza e si sono ritirati dopo un violento combattimento che si è protratto a lungo. [L’Osservatore Romano]

«La chiesa è stata circondata da uomini armati che hanno cominciato a sparare con armi e granate. Numerose persone sono morte sul posto, e tra queste anche padre Albert Toungoumalé-Baba», ha raccontato un fedele scampato alla sparatoria, citato dai media. Dopo l’attacco è scattata una immediata operazione di rappresaglia sfociata in scontri in diversi luoghi della capitale. I corpi di almeno due persone sono stati recuperati in una zona nelle immediate vicinanze della chiesa. Abitanti del quartiere Pk5 riferiscono di almeno altri tre corpi senza vita trasportati nell’obitorio locale.

Il terrore torna dunque nella chiesa di Nostra Signora di Fátima che già il 28 maggio 2014 era stata oggetto di un altro terribile attacco nel quale erano state uccise quindici persone. Tre giorni prima tre giovani musulmani impegnati in una partita di calcio interreligiosa erano stati linciati e mutilati sempre nel quartiere Pk5, dove si è concentrata una minoranza musulmana, rispetto alla capitale a maggioranza cristiana. Da allora si sono ripetuti numerosi episodi di violenza che s’inquadrano in una situazione complessiva molto difficile e tesa. Nel paese è in corso un complesso processo di transizione da quando nel 2013 i ribelli del gruppo definito Seleka hanno rovesciato il governo del presidente François Bozizé, innescando un’ondata di violenze che ha causato migliaia di morti e circa un milione di sfollati.

I continui episodi di intolleranza dimostrano, secondo molti osservatori, la fragilità di un paese che non riesce ancora a trovare una stabilità e resta in ostaggio di scontri tra bande armate rivali, con episodi anche di criminalità comune. Un attacco si è registrato nei giorni scorsi anche contro una base delle Nazioni Unite e ha provocato la morte di un casco blu della Mauritania, di ventuno civili e di una ventina di appartenenti alle milizie anti Balaka. Rinforzi sono stati inviati in direzione della base della Minusca, la missione dell’Onu a Tagbara, situata a una sessantina di chilometri da Bambari.

Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha rivolto alle autorità del paese una richiesta affinché vengano assicurati alla giustizia i responsabili e venga messa fine all’ondata di violenza. Pochi giorni fa il presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadéra, aveva dichiarato di aver chiesto al suo governo di «accelerare» l’attuazione del programma di disarmo, smobilitazione e reinserimento nella società civile dei gruppi armati presenti nel paese. Contemporaneamente, aveva aggiunto, «è necessario attuare le riforme necessarie per costituire forze di difesa nazionale e di sicurezza».

Queste dichiarazioni di Touadéra intervengono nel momento in cui il Fronte popolare per la rinascita della Repubblica Centrafricana (Fprc), uno dei principali gruppi armati del paese nato dalla rivolta dei Seleka, minaccia di dirigersi verso Bangui. Il Fprc ha infatti reso noto di voler reagire all’operazione condotta dai caschi blu della missione Minusca contro le milizie che controllano il quartiere musulmano della capitale, centro nevralgico dell’attività economica della capitale. Touadéra, da parte sua, ha ribadito di volere adottare una politica del dialogo. «La mia strategia è sempre stata chiara — ha spiegato — consiste nel tendere la mano a tutti quelli che sono pronti a prenderla, e dialogare perché i conflitti del passato rimangano dietro di noi». [L’Osservatore Romano]

Il cardinale di Bangui condanna il massacro: “Ora giustizia”

L’arcivescovo Nzapalainga fa appello al governo e alla Minusca: «Sia fatta luce sull’accaduto». Un invito ai credenti: «Evitiamo odio e vendetta, non autodistruggiamoci». Una condanna «energica, senza mezzi termini» quella del cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, del massacro avvenuto ieri nella parrocchia Nostra Signora di Fatima, dove alcuni militanti islamici del distretto PK5 hanno ucciso almeno 16 persone (tra cui un sacerdote, padre Albert Toungoumalé-Baba) e ferito altre 60. L’attacco, a colpi di granate e armi semiautomatiche, è avvenuto durante la messa per la festività di San Giuseppe lavoratore.

In una dichiarazione giunta al Sir, il porporato fa appello «al governo e alla Minusca» (le forze Onu nel Paese, ndr) perché «sia fatta luce» sull’accaduto e «si possa sapere la verità». Soprattutto l’arcivescovo chiede che «venga resa giustizia alla popolazione centrafricana».  Nel messaggio Nzapalainga esprime anche il suo dolore per le vittime, i feriti e le loro famiglie e si chiede con inquietudine: «Cosa sta succedendo, è in corso una manipolazione? C’è una strumentalizzazione, c’è una volontà di dividere il Paese? C’è una agenda nascosta?». «Da decenni, cosa abbiamo fatto di questo Paese – aggiunge -. Colpi di Stato, ribellioni a ripetizione. Il risultato è davanti a noi: morti, saccheggi e distruzione e gli ultimi eventi drammatici ci ricordano che la violenza non è una soluzione ai nostri problemi».

Il pastore della capitale della Repubblica Centrafricana invoca per il suo Paese degli «eroi» che dicano ad una sola voce «no alla violenza, no alla barbarie, no alla auto-distruzione». Di qui un appello «a tutti i gruppi politici, amministrativi, religiosi, senza distinzioni, perché tutti insieme possiamo alzarci in piedi come un solo uomo per condannare l’accaduto poiché è lo stesso corpo centrafricano ad essere minacciato dall’interno».  Un invito, infino, anche ai credenti ad avere «padronanza di sé per evitare la rabbia, l’odio, la vendetta, le rappresaglie». «Abbiamo contato i nostri morti e continueremo a contarli – scrive Nzapalainga -. Abbiamo i nostri malati, disabili e continueremo a contarli. Per carità, alziamoci in piedi per evitare di autodistruggerci». [lastampa.it]

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