Dopo 37 anni, l’era del presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, sembra giungere al termine. A 93 anni, il più vecchio Capo di Stato del mondo non è più riuscito a gestire le lotte interne al suo partito, lo Zanu-Pf.

In passato ha mantenuto il potere con il pugno di ferro, potendo contare sul sostegno indiscusso dei veterani che combatterono al suo fianco negli anni ‘70 per l’indipendenza, contro il governo segregazionista della Rhodesia. Il tempo e le scelte sbagliate hanno eroso molti di questi legami. L’arroganza e le ambizioni politiche di sua moglie Grace, preoccupata per la sopravvivenza della sua famiglia e per i suoi interessi economici nel paese e all’estero, hanno poi fatto il resto.

Dopo mesi di scontri al vetriolo tra le frange interne allo Zanu-Pf, dieci giorni fa la scelta di licenziareil vice-presidente, Emmerson Mnangagwa – da decenni braccio destro di Mugabe ed ex combattente per la liberazione – per lasciare campo libero alla moglie nella lotta alla successione, è stata il colpo che ha provocato la frattura definitiva. E spinto i militari ad agire.

Dopo le minacce del Generale Constantino Chiwenga, fedele alleato di Mnangagwa, l’esercito è intervenuto nella notte tra martedì e mercoledì, prendendo il controllo della capitale Harare e mettendo agli arresti il nonagenario leader e (probabilmente) la first lady, nella loro residenza nel quartiere Borrowdale.

Nell’annuncio ufficiale sulla rete televisiva nazionale, i militari hanno dichiarato che non si è trattato di un colpo di Stato e che la loro azione ha come obiettivo il solo arresto dei “criminali” che circondano il presidente, colpevoli “delle sofferenze economiche e sociali del popolo zimbabwano”. In realtà il golpe c’è stato. Un golpe senza spargimento di sangue che ha defenestrato pacificamente l’anziano leader e bloccato la scalata alla presidenza di Grace Mugabe, la cui sorte è ancora un mistero.

Non ci sono stati scontri rilevanti, ma i militari hanno operato arresti tra i membri del gruppo denominato “Generazione 40”, fedele alla first lady. Tra questi tre ministri, tra cui quello delle Finanze, Ignatius Chombo, e il leader della lega giovanile dello Zanu-Pf, Kudzai Chipanga.

Trattative di transizione 

Nonostante la presenza dell’esercito e il clima d’incertezza, la popolazione ha continuato a svolgere le normali attività ed è rimasta in attesa. Un segno forse della perdita di fiducia nell’anziano leader, dopo anni di patimenti causati dalla grave crisi economica provocata dalle sue politiche.

Il presidente sudafricano Jacob Zuma, vertice di turno della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc), ha convocato un incontro straordinario in Botswana per gestire la situazione e ha inviato due ministri del suo governo come mediatori nella crisi. Sono questi ultimi, assieme al sacerdote cattolico Fidelis Mukonori (uomo molto vicino a Mugabe), a condurre le trattative per l’uscita di scena dell’anziano leader (indiscrezioni della stampa zimbabweana parlano della proposta di esilio in Sudafrica, alla quale il presidente avrebbe “aderito in linea di principio”).

Nella tarda serata di ieri il sito del giornale governativo The Herald ha mostrato le foto del primo incontro di negoziazione tra Mugabe e il generale Chiwenga, avvenuto nella sede del governo. Stando a quanto appreso da una fonte militare, le contrattazioni sarebbero in stallo perché il presidente “rifiuta di dimettersi, forse per prendere tempo”.

Secondo le poche informazioni trapelate ieri, i militari vorrebbero un governo di transizione con Mnangagwa presidente che stabilizzi la disastrata economia e porti alle elezioni (previste per il 2018 e alle quali Mugabe si era candidato nuovamente). L’esecutivo ad interim coinvolgerebbe anche l’opposizione. Infatti ieri l’eterno rivale del presidente, Morgan Tsvangirai, è rientrato dal Sudafrica esortando Mugabe a “dimettersi per il bene del popolo”. Proprio lui potrebbe essere nominato primo ministro, ma nella formazione di governo si parla anche dell’oppositrice Joice Mujuru e dell’ex ministro delle Finanze, Tendai Biti, il quale ha una buona reputazione internazionale.

Attenti a Mnangagwa

Senza il ritiro volontario di Mugabe non potrà però esserci alcuna transizione, in quanto l’intervento militare non otterrebbe la legittimazione internazionale. Sia l’Unione Africana che la Sadc hanno infatti ribadito che non accetteranno cambi di potere anticostituzionali. Un atteggiamento prevedibile, in quanto Mugabe per molti africani rappresenta l’ultimo degli eroi della lotta contro la colonizzazione europea. Non a caso l’atteggiamento degli altri leader nei suoi riguardi è stato sempre accondiscendente e anche ora tutti sembrano volere una fine dignitosa per l’anziano presidente.

Qualsiasi cosa accada, è difficile credere in un reale cambiamento se Mugabe verrà semplicemente sostituito da Mnangagwa. Va ricordato che quest’ultimo è un veterano della guerra d’indipendenza che è stato più volte ministro. Era per esempio a capo della sicurezza negli anni ‘80, quando migliaia di civili di etnia ndebele vennero uccisi durante il “Gukurahundi”, perché supportavano l’avversario politico di Mugabe, Joshua Nkomo.
Inoltre una parte delle forze di sicurezza che ora sostiene Mnangagwa, fregiandosi di patriottismo, è la stessa che da anni si spartisce i proventi derivanti dalle ricchezze minerarie del paese. (Nigrizia)

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