La parola-chiave della comunicazione governativa in materia di immigrazione è: RIMPATRIO. E abbinata a un aggettivo studiato per carezzare il pelo dell’opinione pubblica: FORZATO.

Rimpatrio forzato. Anzi, al plurale: rimpatri forzati… da ripetere migliaia di volte. La popolarità del nuovo ministro degli interni, Marco Minniti, ha conosciuto una vera e propria impennata nei sondaggi dacché ha presentato un piano d’azione per rendere più celeri le procedure finalizzato all’accompagnamento coatto nei paesi d’origine dei migranti che non hanno i requisiti necessari per soggiornare nel nostro paese. Nell’apposito decreto legge che abolisce un grado di giudizio e, quindi, accelera l’esame delle richieste di protezione umanitaria, compare difatti anche il rifinanziamento per 19 milioni di euro del fondo spese destinato ai viaggi di rimpatrio forzato.

Tali rimpatri forzati non costano mai meno di cinquemila euro cadauno, ma, quando si tratta di raggiungere paesi lontani, tale somma può facilmente raddoppiare. Il calcolo è presto fatto: cinque biglietti aerei (tre di andata e due di ritorno, visto che ciascun “espulso” deve essere accompagnato da due agenti di pubblica sicurezza); più l’albergo e il vitto per i funzionari in trasferta; più la indennità di missione.

Uno sforzo replicato fino a oggi cinquemila volte all’incirca ogni anno. L’obiettivo dichiarato dal ministro Minniti è di raddoppiare questa cifra. Grazie ai nuovi fondi stanziati si potranno raggiungere le diecimila espulsioni all’anno. Il plauso è generalizzato, come sempre quando un politico promette che i non aventi diritto – semplici migranti economici – verranno smascherati e rispediti a casa loro.

Peccato che i non aventi diritto – secondo le normative vigenti – siano ben più numerosi e il loro numero cresce di anno in anno per ragioni ben note, alle quali non basta opporre la faccia feroce delle istituzioni. Se anche al posto di Minniti (Dio non voglia) al Viminale ci fosse un Salvini o un’altra pallida imitazione di Trump, espellere coattivamente svariate decine di migliaia di migranti sarebbe operazione impossibile. Per ragioni logistiche e di oneri finanziari. L’aumento da cinquemila a diecimila rimpatri forzati annui va considerato alla stregua di un’esibizione muscolare che non modifica i termini del problema. In altre parole, trattasi di demagogia: compiacere il popolo con una falsa soluzione, in perfetta cattiva fede.

Ben diverso è il problema che le forze di polizia e la magistratura si troveranno ad affrontare insieme ai sindaci nel prossimo futuro, quando aumenterà di colpo il numero dei cosiddetti “denegati”, ovvero dei migranti che si sono visti respingere la domanda di asilo e, dunque, in teoria, dovrebbero lasciare subito il territorio nazionale. Già sono numerosi, diventeranno numerosissimi. Nell’ordine delle centinaia di migliaia. In teoria, da accompagnare tutti nei paesi d’origine. In pratica, persone che vivono e nella maggioranza dei casi lavorano sui nostri territori, riprecipitate in una condizione di illegalità.

Il fenomeno dei “denegati” a cui dovrebbe essere proibito lavorare, affittare casa, usufruire di formazione professionale, prendere la patente, si preannuncia come ennesima piaga sociale di un paese che ha paura delle regole. E si consola facendo la voce grossa.

Gad Lerner (da Nigrizia)

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