Nel 2017 l’Italia spenderà per l’acquisto di armi, munizioni, missili, mezzi militari e artiglieria pesante ben 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno. Mezzi militari tradizionali, per lo più, mentre nel settore della cyber-difesa, sempre più attuale, non spendiamo praticamente nulla, rivolgendoci all’estero per avere protezione delle nostre strutture, dei nostri ministeri e delle nostre reti informatiche. «È necessario un cambio di rotta – osserva Francesco Vignarca – con una politica di spesa militare più contenuta ma più efficiente, che limiti gli sprechi e il procurement, determinato da logiche commerciali e di lobby, che portano la difesa a operare grandi commesse nazionali in funzione della promozione dell’export».

Circa il 60% della spesa militare italiana serve a pagare stipendi e pensioni delle forze armate, caratterizzate dalla presenza di un maggiore numero di “comandanti” rispetto ai “comandati”. Oggi si contano 90mila comandanti contro 81 mila comandati; nel 2024 le proporzioni dovrebbero cambiare radicalmente, ammesso che si trovi un modo per ridurre 32mila marescialli e 4500 ufficiali in otto anni. «Finora le grandi manovre per destinare i marescialli ad altre amministrazioni – osserva Piovesana – sono state una disfatta. Il risultato? Spendiamo cifre blu per stipendi e armamenti superiori alle nostre reali esigenze (e che poi non abbiamo i soldi per manutenere), investiamo poco nell’addestramento del personale e dimentichiamo i fronti su cui sarebbe necessario investire: intelligence, prevenzione e difesa informatica».(da Nigrizia)

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